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notte_di_san_giovanni.jpgLA NOTTE DI S. GIOVANNI  " IL TRIONFO DEL SOLE "

Il Solstizio era definito “il trionfo del Sole", secondo l'antica mitologia babilonese. La parola solstizio viene dal latino “Solis statio”, “fermata, arresto del Sole”. Identifica il giorno in cui il sole raggiunge la massima distanza dall’equatore e rimane praticamente immobile per quasi tutta la seconda metà del mese, fermo alla stazione più alta del suo lungo percorso. Questo fenomeno avviene due volte all’anno: il 21 giugno, all'inizio dell’estate, quando il sole determina il giorno più lungo ed il 21 dicembre, quando inizia l’inverno e la notte è la più lunga dell’anno rispetto alle ore di luce.
Un tempo, il 24 giugno sottolineava un momento magico: la brevità della notte era contrastata dalla grande luminosità del giorno, che il sole accompagnava per molte ore, irradiando energia, calore e soprattutto luce, sinonimo di verità. Platone narra che Iride, figlia di Taumante, creò l'arcobaleno unendo, con un ponte di luce policroma, la terra al cielo: in questo modo, la mente dell'uomo raggiunse l'eterno e l'assoluto, per “vedere il vero” e conquistare la “conoscenza”.
Nei giorni solstiziali dicevano anche che il sole “si sposava con la luna” e dal suo sposalizio si riversavano energie benefiche sulla terra; specialmente la rugiada, inumidendo le piante, le trasformava in farmaci “potenti a guarire ogni guisa di mali”. La trasversalità di queste tradizioni, comuni a molti popoli, diversi per lingua e cultura, si spiega col fatto che i riti, le pratiche e le magie si basavano sulla osservazione dei corpi celesti; questi fenomeni erano visibili in tutte le zone del mondo, da ogni popolazione e nello stesso modo. Li consideravano eventi eccezionali perché, non riuscendo a spiegarsi razionalmente i mutamenti ciclici della natura e riconoscendo davanti ad essi la propria impotenza, li ritenevano generati da misteriose forze sacrali.
Durante l'Impero Romano, i due solstizi erano consacrati a Giano bifronte, il dio guardiano delle soglie e dei passaggi. Oggi, non a caso troviamo i due Giovanni, il Battista presso il solstizio d’estate, il 24 giugno e l’Evangelista presso quello d’inverno, il 27 dicembre.
I popoli antichi chiamavano i due solstizi “porte”: Porta degli Dèi o degli Immortali quello invernale, Porta degli Uomini quello estivo. Scrive Alfredo Cattabiani (in “Lunario”): “Omero descriveva nell’Odissea un misterioso antro dell’isola di Itaca, nel quale si aprivano due porte. Il poeta spiegava che la porta degli uomini è rivolta a Borea, cioè a Nord, (infatti, al solstizio estivo il sole si trova a nord dell'equatore), mentre quella degli dei e degli immortali è volta a Noto, ovvero a sud, (perché l'astro al solstizio invernale si trova a sud dell’equatore)”. Quindi, i solstizi erano considerati simboli di confine tra il mondo terreno e l'eternità, quasi la compenetrazione tra il naturale ed il soprannaturale. Tutto questo generava una sorta di inquietudine, come tutto l'inspiegabile, reale o supposto, nella dinamica della vita umana.
LA NOTTE MAGICA
Virgilio nelle "Bucoliche" rievoca gli Ambarvalia, sacrifici rituali resi il 24 giugno a Cerere, la dea del raccolto e purificatrice delle messi; gli Ambarvalia consistevano nel sacrificare un maiale, una pecora e un toro, dopo averli
condotti in processione tre volte intorno alla città. Invece, Plinio il Vecchio testimonia che il 24 giugno gli antichi romani celebravano anche un'altra festa, simile ai Saturnali, durante la quale cadeva il divieto del gioco d'azzardo e la popolazione si scatenava nel canto e nel vino. Sempre il 24 giugno, si festeggiava anche la “Fors Fortuna”, dea della casualità, che si poteva onorare solo in quel giorno dell'anno. La “notte magica” è ricordata anche da Shakespeare ne "Il Sogno di una notte di mezza estate".
Nel Medioevo, la "notte di S. Giovanni" era dedicata a bere, mangiare e danzare. A Roma, tra le basiliche di Santa Croce e San Giovanni, si facevano ardere fuochi, aspettando il passaggio delle streghe; per evitare che le malvagie si soffermassero in casa di qualche sventurato, era ritenuto efficace appoggiare, sulla porta d'entrata, un rametto di Rosmarino, uno di Ulivo, un barattolo di sale ed una scopa di saggina. Le streghe, infatti, prima di entrare in casa, erano costrette a contare i chicchi di sale, le foglie delle piante ed i rametti della scopa: questo richiedeva così tanto tempo da non permettere loro di ultimare la “conta” prima della mezzanotte, momento in cui iniziava l'alba di San Giovanni, ed erano costrette a fuggire, tramortite dalla luce. (6)1 Chi, invece, in quella notte non poteva mettersi al riparo, si proteggeva o sedendosi con il mento appoggiato ad un bastone doppio, o nascondendo sotto la camicia le erbe di San Giovanni: Iperico, Aglio, Artemisia e Ruta. L'Iperico, detto anche "erba allegra", perché procurava serenità, l'Aglio perché si riteneva proteggesse dalle creature malefiche, (il nome sanscrito dell'aglio significa, infatti, "uccisore di mostri"), l'Artemisia perché consacrata alla dea Artemide e la Ruta perché considerata “erba della salvezza”. Si sono mantenuti anche in epoche più recenti, i riti di S. Giovanni: nel corso del tempo, tradizioni antiche, pagane e cristiane insieme, hanno dato origine a feste simboliche, celebrate perlopiù nelle aree rurali. IL FUOCO Durante la notte del 24 giugno si accendevano i falò nei campi: i contadini, sulla cima delle alture, bruciavano grandi cumuli di fieno e rami d'albero in onore del sole, per propiziarne la benevolenza. Spesso, con le fiamme di questi falò venivano incendiate delle ruote di fascine, fatte precipitare lungo i pendii, (simbolo del declinare del sole) e si accompagnava la loro discesa con grida e canti. I contadini all'alba giravano per tre volte intorno alla cenere lasciata dal falò, se la passavano sui capelli e sul corpo, per scacciare i mali: poi, la cospargevano nei campi per proteggere i raccolti. I falò avevano anche funzione purificatrice: per questo vi si bruciavano cose vecchie o marce, perché il fumo che ne scaturiva tenesse lontani gli spiriti maligni. In Germania c'è tuttora un'usanza, diffusa in molti paesi rurali: una grossa ruota infuocata viene fatta rotolare dalle colline fino a valle, dove scorre un fiume: se la ruota arriva accesa nell'acqua il segno è favorevole, in caso contrario, è di cattivo auspicio. In alcuni casi si bruciava un pupazzo, come nella notte dell’Epifania, così da incenerire in effige la malasorte e le avversità. Inoltre, si faceva passare il bestiame tra il fumo dei fuochi, per allontanare le malattie. Alle prime luci dell'alba, poi, i possessori di alberi di noce intrecciavano una corda di spighe d'orzo e avena attorno ai tronchi: in questo modo, avrebbero raccolto frutti buoni e abbondanti.
6 Analoga tradizione vede protagonista contro le streghe la spiga di Lavanda
L'AMORE
Le ragazze da marito che volevano conoscere il loro futuro di spose, la vigilia del 24 giugno rompevano un uovo di gallina bianca e ne versavano l'albume in un vaso pieno d'acqua. Lo mettevano sul davanzale di una finestra, lasciandolo esposto tutta la notte alla rugiada di S. Giovanni. Il mattino successivo, appena levato il sole, attraverso le forme composte dall'albume nell'acqua del vaso, traevano auspici sul loro matrimonio. (7)2 Oltre all'uovo, impiegavano anche il piombo fuso: versato nell’acqua si rapprendeva velocemente e, dalla forma assunta, traevano previsioni sul mestiere del futuro marito. Al posto del piombo, alcuni rituali prevedevano l'uso dello zolfo. Un'altra usanza diceva che se una ragazza da marito si sedeva a mezzanotte in un bosco, nei pressi di un quadrivio, avrebbe visto passare un fantasma con il volto e l'andatura del futuro marito. Un rituale......botanico prevedeva l'uso della Carlina: se ne bruciacchiava una corolla e la si metteva tutta la notte del 24 giugno fuori di casa. Se al mattino appariva di colore rossastro era segno di buona sorte, ma se appariva nera era indice di sicura sfortuna. LE ERBE La tradizione vuole che anche le erbe raccolte il 24 giugno esaltino alla massima potenza le loro proprietà: Iperico, Artemisia, Verbena e Ribes rosso, sono le erbe più note da raccogliere a scopo officinale e rituale. Oltre a queste, anche Vischio, Sambuco, Aglio, Cipolla, Lavanda, Mentuccia, Biancospino, Ruta, Corbezzolo e Rosmarino. Con alcune si preparava l'“Acqua di San Giovanni”, con foglie e fiori di Lavanda, Iperico, Mentuccia, Ruta e Rosmarino, messi in un bacile colmo d'acqua, lasciato per tutta la nottata fuori casa. La mattina successiva, le donne si lavavano con quest'acqua, per aumentare la propria bellezza e preservarsi dalle malattie. Altre erbe, usate nel medesimo modo, davano origine a pozioni diverse, che servivano comunque sempre contro la malasorte e le malattie.
Si narrava che le streghe si radunassero in questa notte per espletare i loro sortilegi. La gente, per proteggersi, si infilava sotto gli abiti qualche erba, uno spicchio d’aglio raccolto prima dell’alba o la Verbena, simbolo di pace e prosperità. Anche le Felci erano ritenute “magiche”: infatti, si stendevano dei teli bianchi sotto queste piante per raccoglierne le spore. Il fazzoletto si annodava e si utilizzava come talismano. Se qualcuno fosse passato vicino alla magica fioritura della felce senza raccogliere nulla, sarebbe stato condannato a smarrirsi, anche percorrendo strade conosciute. Sembra che sia proprio la Felce la pianta senza nome, definita nella leggenda come “Erba dello Smarrimento”. Si diceva che fosse stata seminata da Fate e Folletti nei luoghi da loro frequentati e, calpestata, avrebbe allontanato dalla retta via il malcapitato. Altrettanto misteriosa era la cosiddetta “l'Erba Lucente”, che consentiva, se portata sul corpo, di sapere ogni verità senza inganni. Invisibile agli uomini ma non ai bovini, la si poteva raccogliere solo nella notte di S. Giovanni, seguendo un vitello al suo primo pascolo: in quell'occasione, l'animale avrebbe mangiato soltanto quell'erba, dando così la possibilità a chi proprio lo desiderasse, di individuarla, farne propria la magia e “conoscere il vero”. Non è dato sapere che cosa accadesse agli incauti che
7 Qui, nella Lessinia Veneta di Nord-Est, esiste la tradizione della “barca di S. Pietro”, che si compie non il 24, bensì il 29 giugno, giorno dedicato a S. Pietro e Paolo: si fa scivolare un albume d'uovo in una caraffa d'acqua; se, all'alba del giorno dopo, l'albume si sarà rappreso disegnando delle strutture verticali, simili alle vele di un'imbarcazione, il prossimo futuro sarà lieto ed il tempo clemente.
ci riuscivano, se non che, da quel momento in poi, era preclusa loro ogni la possibilità d'illusione. Sembra che quell'erba fosse la Verbena; infatti, era conosciuta in Bretagna col nome di "erba della doppia vista": si diceva che berne un infuso facilitasse la visione di realtà altrimenti nascoste. Inoltre era credenza diffusa che, colta a mezzanotte della vigilia di San Giovanni, costituisse un'infallibile protezione contro i fulmini; in alcune zone del Piemonte la chiamavano “erba della croce”, ritenendo che proteggesse da qualsiasi male se custodita addosso.
E ancora: raccogliere ventiquattro spighe di grano la notte di S. Giovanni e conservarle tutto l'anno, significava tutelarsi dalle sventure, mentre buttare in un corso d'acqua tre spighe di grano marcio, garantiva un'abbondante mietitura e difendeva dai parassiti il raccolto.
LA RUGIADA
Si riteneva che la rugiada della mattina di San Giovanni avesse il potere di curare, purificare e fecondare, in quanto portatrice di una fortissima energia. Quindi, la sera si distendevano sul terreno dei fazzoletti, che al mattino si raccoglievano intrisi d'acqua benefica. Un altro sistema era passeggiare tra i campi all'alba, trascinandosi dietro un lenzuolo, che si sarebbe in breve inumidito Oppure, se una donna desiderava molti figli e buona salute, il giorno di S. Giovanni doveva rotolarsi nuda nell’erba, finché il suo corpo non si fosse completamente inumidito. Lo Stato Pontificio contrastò questi rituali per secoli, arrivando anche ufficialmente a vietarli. Si ricorda un Editto, pubblicato il 17 giugno 1755, dal Vicario Marco Antonio Colonna,".. proibiamo a qualsivoglia dell'uno e l'altro sesso di portarsi in detta notte fuori delle porte della città...sotto qualsivoglia pretesto che possa recar scandalo...Comanda a tutti gli Osti e Bettolieri che nella vigilia di detto Santo debbano tener serrate le loro Osterie e Bettole dalle tre ore della notte alle dieci del giorno seguente..."
IL TEMPO D'OGGI
Nessun divieto spense mai questa radicatissima festa fino a che, nel 1872, a due anni dalla breccia di Porta Pia, i sabaudi proibirono i festeggiamenti notturni all'aperto, senza però chiudere le osterie; lì, tra il frastuono dei campanacci scaccia streghe, sopravvissero i canti, il vino, il gioco della morra e le lumache nel piatto. La chiocciola è il simbolo lunare per eccellenza: rappresenta la rigenerazione perpetua, con l'apparire e scomparire dei suoi cornetti retrattili nel guscio, proprio come la luna, che si mostra e scompare ciclicamente nel cielo. Inoltre, in quanto appunto ....“cornute”, le lumache, se mangiate in abbondanza, scongiuravano anche il pericolo di essere traditi dai propri amati.
Ma veniamo alla nostra gente, ai paesi e città del XXI° secolo che, nella notte di erbe, streghe, rugiada e falò, rinnovano ogni anno il senso di una mitica ricorrenza. Il 24 giugno è la festività liturgica dedicata alla natività di San Giovanni Battista, unico Santo insieme a Maria di cui la Chiesa celebra non solo la morte, (il “dies natalis”, cioè la nascita alla vita eterna), ma anche la nascita terrena. E' scelto come patrono da ben sessantasei città italiane, senza contare i paesi. S. Agostino ricorda che il Battista era commemorato il 24 giugno anche dalla Chiesa africana: ancora oggi i Berberi del Nord Africa lo festeggiano, accendendo dei fuochi propiziatori e chi li salta è sicuro di non soffrire il mal di reni per tutto l'anno. A S. Giovanni si usa, in molte regioni d'Italia, raccogliere le noci per farne il nocino, mentre a Pamplona, in Spagna, si scelgono erbe aromatiche da bruciare
negli incroci, per scongiurare tempeste e fulmini. In alcune zone montane del Nord Italia si ritiene ancora che la prima acqua attinta la mattina del 24 giugno mantenga la vista buona e che bagnarsi all'alba nel mare preservi dai dolori reumatici.
In Valsesia, come in altre zone, si ripete ancora l'usanza dei falò, del lavacro con la rugiada e della benedizione di mazzi d'erbe e fiori. Conservate in casa, portate all'alpeggio in estate, spesso proprio il 24 giugno, le erbe benedette riconsacrano la baita di montagna lasciata l'anno prima. Al ritorno dall'alpe, quelle stesse erbe essiccate, unite ad un ramo di olivo e ad uno di ginepro, vengono bruciate nella stalla, a protezione degli animali.
Ma Giovanni Battista, chi era?
Figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta, fu predicatore e profeta nel primo secolo a. C. Il suo nome, che significa «Dio è propizio», gli fu dato dall’Arcangelo Gabriele, che ne annunciò la nascita a Maria di Nazareth. Giovanni condusse una vita di penitenza e preghiera, che fece maturare in lui il desiderio di divulgare la fede. In età adulta, si dedicò a profetizzare l’avvento del Messia ed a stigmatizzare comportamenti illeciti. Denunciò la convivenza adultera di Erode Antipa con la cognata Erodiade, che gli diede, in seguito, una figlia, Salomè. Anni dopo, Salomé danzò per il padre ad un banchetto e, indotta da una vendicativa Erodiade, chiese in dono per la sua prestazione artistica la testa mozzata di Giovanni; le fu portata su un vassoio: era il 24 giugno. La leggenda racconta che Salomè, subito pentita, coprì la testa del Battista di baci e lacrime, ma dalla bocca di Giovanni uscì un vento fortissimo che la spinse in aria, dove vaga ancor oggi, condannata ad espiare la sua colpa per l'eternità. Contemporaneamente, si verificò uno strano fenomeno: apparve fra le nubi una scia luminosa, una specie di “raggio fiammante che percorreva il cielo”.
Nei secoli, l'uomo associò alle lacrime di pentimento di Salomé la rugiada incontaminata; al raggio fiammante, il fuoco purificatore dei falò; al suo percorso nel cielo, la mutata direzione del sole; la memoria religiosa, infine, collegò al moto roteante della scia luminosa, la testa di S. Giovanni decapitato, uscita dal suo corpo.
Dott.ssa Daniela Sauro. Tratto dal libro “Storie di piante e fiori nella Lessinia Cimbra”.

 
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